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Dal Rifugio non appare ripida, così ripida;
la prospettiva appiattisce, dilata il profilo.
In avvicinamento si erge.
Ore 05.00. Calma di vento. Nuvole alte.
Al punto di “imbracatura” la grandiosità si
stilizza, il profilo si percepisce più definito,
più alto, triangolo avvolgente che ti rimpicciolisce.
Inizia.
Al “terminale” la mole si verticalizza.
Superata la “spalla” in acrobazia
si è alla base di una piramide che sconfina, incommensurabile,
fra ghiaccio e cielo.
Sale il Maestro.
Nel silenzio dell’assoluto il battere, pim-pam,
alternato della piccozza che “gradina”
dà brivido
di forza, di eccitazione al salire.
I ramponi stridono nel penetrare lo scalino.
Solo la punta armata poggia, esile, nel ghiaccio
scolpito.
C’è ancora neve.
Cigola il moschettone
nell’oscillare della corda che si tende per il menar
dei colpi che la piccozza inferisce a recuperare il chiodo.
Perfetto, delicato equilibrio.
L’ascesa procede in ritmata alternanza.
Maestro, allievo si succedono, si distaccano,
si riuniscono.
C’è ancora il sole.
“Nel mezzo del cammin...”
un attimo per osservare l’intorno: è come volare,
fermi, nell’infinito panorama delle montagne,
sospesi ad un filo, ancorati al ghiaccio.
Osservando, giù, la parete si sperde, sconfinata, bianca:
è come l’elicottero quando, in virata,
lambisce per più vedere.
Non c’è più neve:
solo parete lucida, gelata, liscia
“increspata” per la lima dei turbini.
Il sole scompare.
Il vento sale, le nuvole si accrescono.
Il freddo scalza il calore della fatica.
La sfida al mutar del tempo è vibrante,
difficile.
Al silenzio subentra ora l’ululo delle raffiche,
sferzanti: si ondeggia come rami di quercia.
Ci si guarda da sotto gli occhiali, i guanti, ghiacciati,
vibrano, sopra mani decise.
Il Maestro: “una Ave Maria e avanti”.
Gli ultimi chiodi restano
Testimoni di un passaggio, di un abbraccio.
Quota 3897m.
È vivere l’infinito.
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