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La lingua
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Estratto
dell'articolo pubblicato su "Scienza e Sapere" n° 2-Anno
II- luglio-dicembre 1997.
Si ringrazia il Direttore Marcello Caleo per l'autorizzazione alla parziale
ristampa.
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Lingua
e tutela
In coerenza con le riflessioni finora svolte, appare evidente quanto sia importante provvedere alla tutela del patrimonio culturale e linguistico
del nostro paese, delle nostre regioni, delle nostre province, delle singole e sparute comunità tenacemente fiere del proprio dialetto,
di quel riferimento principe per loro che è portavoce autentico degli antichi riti e delle sane tradizioni del passato.
E' stato già rimarcato dagli studiosi più attenti e autorevoli della linguistica moderna la scarsa attendibilità relativa ai
limiti (presunti) del dialetto. La qualcosa legittima l'identificazione della storia che ogni parola, ogni singolo vocabolo, ogni espressione idiomatica
e dialettale porta dentro di sé. Chi negherà mai al contadino del Vallo di Diano, della Piana del Sele, del Cilento, al raccoglitore di pomodori di San
Marzano o dei limoni della costiera amalfitana il diritto di comunicare con il cielo e con le stelle all'alba o al tramonto?
Chi ne interpreterà i sogni, lo stupore, la capacità scarsamente espressiva dell'idioma, ma fortemente animistica
(o più propriamente animatistica), fideistica o religiosa, di percepire l'immenso mistero che lo sovrasta dinanzi alla ricchezza della natura che gli appartiene?
Chi se non lo scrittore dotato di trasformare in parola, in lingua, le meraviglie dello spirito per trasformare, poi, in
parola la storia del pensiero suo percepito da quello del contadino o del raccoglitore di pomodori e dei limoni?
E allora perché sacrificare lingua e cultura del territorio a danno di scrittori e testimoni che dello stesso rendono meriti, in omaggio alla tradizione e
alla storia di una città capoluogo e della sua intera provincia? Perché distruggere le forme estetiche dei dialetti cui l'uomo comune contribuisce
con le sue capacità innate di dare colori, toni, vibrazioni al linguaggio? La straordinaria capacità del dialetto di conferire il valore di metafora alle
migliala di parole che nella piccola comunità lo rendono 'lingua' ne facilitano molto spesso il transito verso la lingua comune, laddove, almeno,
più ricche ed estese appaiono le espressioni. Nasce anche da qui l'obbligo per una sensibilità diversa, di cui l'uomo moderno non può che essere
inteprete e difensore. Non c'è dubbio alcuno che, anche tra noi, è in atto il pericolo della modernizzazione,
di una ferita quotidiana subita dal patrimonio linguistico-culturale a cui sono legate le nostre origini. Specie tra le giovani generazioni votate alla aule scolastiche e universitarie e, quindi,
al computer e alla tecnologia delle comunicazioni, (tele-didattica, telematica, auto-apprendimento, video-comunicazione), ad Internet o all'uso di
una lingua franca contaminata, tale pericolo è sempre più insistente.
Proprio per questo, una sana, corretta e possibilmente rinnovata politica scolastica orientata alla informazione e alla tutela del patrimonio delle
minoranze linguistiche e delle comunità dialettali locali in particolare sarà di indubbio giovamento per le future generazioni. Solo così sarà possibile
operare per la salvaguardia di quei valori. Sarebbe molto grave, infatti, se, anche da noi, dovesse provvedere al loro recupero, prima o poi,
un nucleo sparuto di volontari, come sta accadendo, purtroppo, per gli sfortunati nativi americani Tlingit e per tanti altri aborigeni pressoché scomparsi, ormai, nelle lontane regioni d'Australia e del mondo.
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