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La
scuola
di Lucia Monda

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Educazione interculturale
Una sfida per la scuola del terzo millennio
La
scuola italiana, nonostante i molti problemi strutturali, dall'unificazione
alla "riforma Gentile7', ha svolto sempre un ruolo di omogeneizzazione
sia linguistica (adottando l'italiano come unico linguaggio ufficialmente
ammesso) sia culturale (ad esempio,la storia incentrata sul Risorgimento).
Il forte accentramento ha favorito tale processo fino a renderlo estremamente
omologante, a scapito della valorizzazione delle specificità territoriali,
delle culture subalterne, delle minoranze. La televisione ha,in questo
senso, completato ciò che l'istituzione scolastica non era riuscita
a fare. Ciononostante diventano sempre crescenti due richieste contraddittorie:
quella tesa ad un recupero della cultura tradizionale di appartenenza
(infatti la stessa autonomia scolastica nasce dall'esigenza di flessibilità
e di un rapporto più stretto col territorio) e paradossalmente,quella
che chiede prestazioni altamente omologanti (ad esempio, lo studio dell'inglese
e dell'informatica). La nostra scuola si trova oggi proprio in tensione
tra la "cultura del territorio" e il "villaggio globale"!
Scuola e immigrazione
Come se non bastasse, da qualche anno la situazione è complicata dal
massiccio fenomeno dell'immigrazione. La Caritas di Roma ha presentato
nell'ottobre del 1999 un dossier sulle presenze straniere in Italia.
Dallo studio emergono dei dati molto interessanti per il mondo della
scuola: dal 1989 al 1997 gli studenti stranieri in Italia sono passati
da 13.668 (su un totale di 8.453.396), a 56.109 (su 7.798.726 iscritti).Ciò
significa che ad un forte incrememento di alunni stranieri corrisponde
un decremento di ragazzi italiani. Essi provengono in gran parte dall'Europa
dell'Est (soprattutto ex Iugoslavia ed Albania), dall'Africa (Marocco),dall'Asia
(Cina). Nel nostro Paese nascono ogni anno più di 21.000 bambini con
almeno un genitore immigrato. Secondo stime ministeriali relative all'anno
scolastico 2000/2001 il 2% degli scolari non è italiano.
La formazione in Europa:
dall'integrazione alla valorizzazione delle diversità
E' perciò evidente che comunque si valuti il fenomeno migratorio e qualunque
sia il giudizio sulle politiche dell'immigrazione, la presenza di bambini
e ragazzi stranieri impone alla scuola di rispondere in modo adeguato
a questa realtà, superando inferenze emotive molto forti e strutture
mentali assai consolidate nell'immaginario collettivo di società "monoculturali"
come le nostre. Di fronte all'ampiezza del fenomeno, già negli anni
'70, la CEE prima e l'UE poi hanno affrontato, pur con scarsi risultati,
la questione.Il primo progetto europeo aveva come obiettivo l'insegnamento
della lingua del Paese di origine e di quello di accoglienza dell'emigrato
al fine di favorire il ritorno degli stranieri nel loro Paese.Questo
perché il fenomeno migratorio era considerato solo una fase transitoria
nella vita dell'emigrante; oggi l'emigrazione ha connotazioni molto
diverse: gran parte degli stranieri considera definitivo il trasferimento
e chiede il ricongiungimento con la propria famiglia. E' del 1977 la
Direttiva sulla scolarizzazione dei figli dei lavoratori emigranti.
Essa imponeva agli stati-membri di organizzare un insegnamento della
lingua e della cultura del Paese di origine. In effetti, essa non ha
avuto una ricaduta reale nei Paesi dell'UE (i quali, tra l'altro, hanno
la libertà di recepire o no tal genere di direttive, come esplicitamente
detta l'art.126 del Trattato di Maastricht). Un ulteriore programma
di azione è stato varato negli anni '80 ove, accanto alla "questione
della lingua" si evidenziava la necessità di un'educazione interculturale.
Ma e solo nel maggio 1989 che una risoluzione del Consiglio dei Ministri
sulla scolarizzazione dei figli degli itineranti (circensi, lavoratori
stagionali, ecc) sollecita pari opportunità educative per i bambini
"che si spostano da una località all'altra". Di lì a poco verrà votata
una risoluzione anche per gli zingari. Essa è significativa perché è
sintomo di una riflessione sulla questione della diversità: non si punta
più all'integrazione/omologazione ma in Europa si inizia a ragionare
in termini di interculturalità. E' l'avvio di una serie di studi, progetti,
collaborazioni che vedono la luce negli anni '90, mirati alla formazione
degli insegnanti e alla produzione di materiali didattici. Sono anche
di quegli anni i programmi Comet, Erasmus, Petra, Lingua, Force, Tempus,
Eurotecnet, Giovani per l'Europa, tutti fondati sulla mobilità dei ragazzi
ma col grosso limite dell'iniquo accesso (gli allievi dovevano autofinanziarsi
in quota parte) e privi di influenza sulle politiche formative dei Paesi
membri. Solo il progetto Socrates, col programma di azione Comenius,
mira all'educazione interculturale.
continua

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