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La
scuola
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Educazione
interculturale:
definizione e questioni aperte
Tale fervore di ricerca aiuta anche a definire meglio il concetto di
"educazione interculturale". Essa non è una pedagogia dell'emigrazione
e non si identifica per nulla con l'azione legata alla cosiddetta "pedagogie
d'accueil" (cioè una serie di interventi di sostegno per gli alunni
stranieri per facilitarne la frequenza e migliorarne il profitto). Essa
non è nemmeno una educazione alla mondialità (così come è stata intesa
nel passato: come apertura indiscriminata e acritica alle culture "altre").
L'educazione interculturale non va confusa con la multiculturalità.
Quest'ultima è un fatto: la constatazione che ci troviamo in una realtà
multietnica e multiculturale; l'interculturalità è invece un obiettivo
da conseguire mediante l'educazione. Mentre il termine "cultura" rimanda
all'ambito cognitivo, "l'intercultura" fa riferimento alle metacognizioni:
rimanda alla interazione, allo scambio, all'apertura, alla solidarietà;
mira all'incentivazione di un atteggiamento di conoscenza, di rispetto,
di confronto tra culture. Nella nostra società (e anche nella scuola)
si è pensato di fare intercultura gestendo le differenze culturali,
linguistiche, religiose in termini di un relativismo culturale che spiega
ogni comportamento constatando semplicemente che esso dipende soltanto
dalla diversità culturale di chi lo attua; in tal modo, i percorsi di
negoziazione si riducono al conflitto delle visioni del mondo in gioco
e quindi allo spazio di compromesso raggiungibile. In realtà, ogni educazione
è di per sé interculturale in quanto gli individui sono tutti profondamente
diversi tra loro per caratteristiche personali, sociali, ambientali
ma la situazione si complica certamente in presenza di persone con radici
etnico-culturali profondamente differenti. Il filosofo M. Micheletti
si chiede: "Fino a che punto il rispetto" della diversità delle culture
"altre", identificandosi in una politica di non-intervento non rischia
di rinchiudere il diverso nei confini della sua diversità? E fino a
che punto, al contrario, possibili interventi di "compensazione" da
parte delle culture più forti nei confronti di quelle più deboli non
rischiano di tradursi in prevaricazione, omologazione e in cancellazione
dei tratti di specifica originalità? Il confine tra il rispetto della
differenza e l'abbandono di ogni politica d'integrazione, così come
il confine tra solidarietà e ingerenza, è sempre molto sottile".
Certamente il rischio esiste ma la consapevolezza di ciò può ridurre
la possibilità di errore. Un altro timore, altrettanto giustificato,
è che un processo del genere possa condurre al disconoscimento della
propria cultura nazionale ed alla svalutazione del patrimonio di civiltà
dell'Europa e delle singole nazioni. E' invece importante comprendere
che la valorizzazione delle altre culture comporta necessariamente l'approfondimento
e la consapevolezza della propria in tutte le sue articolazioni. Una
dimensione "multiscalare", che considera cioè i diversi livelli di appartenenza
di ciascun individuo (locale, regionale, nazionale, europeo, mondiale)
non disconosce ma, anzi, rafforza l'anello intermedio dell'appartenenza
nazionale. Si è anche rilevata l'impossibilità di porre sullo stesso
piano culture che consentono pratiche inaccettabili (come l'infibulazione)
o addirittura culture xenofobe e razziste. Le esperienze e le indagini
su questa delicata questione hanno evidenziato che l'atteggiamento interculturale
esige la disponibilità critica allo scambio ma che il rispetto dei diritti
della persona segna il confine oltre il quale lo scambio è impossibile.
La scuola italiana e l'intercultura
La scuola italiana, dal canto suo, è intervenuta sull'argomento con
due documenti: "Dialogo interculturale e convivenza democratica: l'impegno
progettuale della scuola", a cura del Ministero della Pubblica Istruzione,
che illustra alcune strategie operative (attivazione di un clima relazionale
di apertura e di dialogo, l'impegno interculturale nell'insegnamento
disciplinare e interdisciplinare, interventi integrativi, progetti mirati)
e la "Pronuncia sull'educazione interculturale nella scuola", del Consiglio
Nazionale della Pubblica Istruzione, in cui è contenuto l'identikit
dell'insegnante interculturale. Egli deve possedere conoscenze storico-sociali,
fìlosofiche, antropologiche, linguistiche, anche comparate; deve avere
competenze metodologiche (inerenti alla progettazione didattica e alle
dinamiche di gruppo) e istituzionali, per interagire con colleghi, istituzioni,
ecc. Ma forse tutto questo è insufficiente: il superamento dell'etnocentrismo
richiede sagezza, giustizia, reale apertura alla persona...in una parola:
formazione morale!!! Le sfide dell'intercultura inducono non solo a
rivedere i nostri schemi interpretativi ma rivoluzionano il nostro modo
di accostarci alla problematica morale: E' impossibile la disponibilità
allo scambio senza modificare una cultura individualista ed edonista.
Conclusioni
Risulta perciò evidente che la formazione di docenti all'altezza della
situazione richiede anni di studio e ben altro impegno istituzionale!
Utopia? Forse.....
Qualcosa, si sta facendo come l'istituzione di una formazione specifica
in sede universitaria (la laurea obbligatoria in "Scienze della formazione
primaria" per i maestri elementari oppure l'indirizzo didattico all'intemo
di tutti i corsi di laurea). Ma politici e tecnici devono fare di più
perché spesso i professori si sentono abbandonati a se stessi, sommersi
da una marea di innovazioni non supportate da direttive chiare e strutture
adeguate, costretti a fronteggiare le più variegate e problematiche
situazioni. Essi, però, come sempre, accetteranno anche la sfida dell'educazione
interculturale nella consapevolezza del loro insostituibile ruolo nella
costruzione di un mondo migliore.
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