testo tratto dal "Secolo d'Italia del 28/09/2001 pg. 4"
Opinioni eretiche /
Alain de Benoist: lottiamo contro il terrorismo ma preserviamo l'autonomia dell'Europa
<<Non e' uno scontro di civilta'>>
Il piu'grande errore che oggi si possa fare e' confondere integralismo e islamGLORIA SABATINI
ROMA. "L'Europa e l'Italia hanno il dovere di lottare contro il terrorismo, ma non possono diventare le truppe supplementari degli Stati Uniti". Alain de Be-noist, "maitre à penser" della Nuova Destra francese, da sempre fustigatore dell'american way of life e nemico delle contrapposizioni manichee tra "buoni e cattivi", guarda con molta perplessità ai nuovi scenari internazionali che si profilano dopo gli attentati al cuore degli Usa.
Oggi a Viterbo per partecipare insieme all'<<eretico>> Marco Tarchi, docente di scienza della politica all'Università di Firenze, al convegno sul "bipolarismo del pensiero" (ore 18 al Teatro Unione di piazza Verdi), l'autore de "il Male Americano" non smette il vecchio abito del pioniere e del "bastian contrario" che lo ha portato a prendere posizioni vicine al Terzo Mondo senza scivolare mai, però, sulla china progressista che rincorre un mondo indifferenziato fatto di uguali. Guerra senza quartiere al fanatismo islamico, dunque, ma senza assolvere l'Occidente dai suoi antichi vizi. E, soprattutto, con la speranza che il Vecchio Continente sappia ritagliarsi un nuovo ruolo, più consono alla sua storia millenaria.Gli attentati negli USA hanno stravolto gli assetti geo-politici mondiali. Secondo lei siamo alla vigilia epocale di uno scontro tra due mondi, due antropologie? In questo senso, al di là dei risvolti politico-militari, si può dire che con il crollo delle Torri gemelle sì è rotta la favola multiculturalista della pacifica convivenza tra i popoli?
L'idea che siamo alla vigilia di un conflitto tra due mondi è esattamente quella che vuole accreditare George Bush. Secondo il presidente americano gli attentati di New York e Washington rappresentano degli atti di guerra contro la civiltà, di cui gli Stati Uniti sarebbero i rappresentanti più esemplari. Un'affermazione che mi pare molto discutibile. Gli attentati al Pentagono e al World Trade Center sono stati una terribile tragedia umana: ma è una sciagura che non si può dissociare da un preciso contesto politico e geo-politico. Dalla fine dell'impero sovietico, gli Usa hanno vistosamente accresciuto la loro potenza. Una tale politica è stata evidentemente considerata come una dichiarazione di guerra a una parte dell'umanità.Ma questa parte dell'umanità" ha allevato la peggiore specie di terroristi mai conosciuti. Non mi sembra che Bin Laden e i suoi accoliti siano molto sensibili alla causa dei poveri del mondo...
Il più grande errore che oggi si possa fare è quello di confondere il terrorismo islamico con l'Islam, che pretende abusivamente di rappresentare. Un altro errore, carico di conseguenze, è quello di appoggiare le rappresaglie americane, con obiettivi sbagliati, che aggraverebbero la situazione con l'alibi di risolverla.
La lotta contro il terrorismo selvaggio è un'evidente necessità, ma esige un'azione metodica di intelligence molto più che azioni spettacolari ed esibizioni muscolari.Di fronte allo scenario che si sta profilando, l'Italia (anche per la sua posizione di cerniera nel Mediterraneo) e l'Europa possono ritrovare un nuovo ruolo di protagonismo nello scacchiere internazionale?
L'Europa in generale, e l'Italia in particolare, hanno innanzitutto il dovere di indirizzare la loro politica in funzione degli obiettivi e delle finalità proprie, che non sono sempre quelle di Washington. Hanno il dovere di combattere il terrorismo che minaccia anche le loro popolazioni, ma senza accettare di diventare le truppe supplementari di una superpotenza americana. Non dimentichiamo che i paesi che si affacciano sul Mediterraneo del Nord sono geo-politicamente più legati ai paesi del Sud che alla potenza americana. Spetta a loro prendere l'iniziativa per una soluzione ragionevole del conflitto in Medio-Oriente, spetta a loro fare in modo che la globalizzazione non appaia ai popoli arabo-musulmani come l'imposizione unilaterale di un modo di vita e di presenza nel mondo che contraddice la loro cultura, i loro valori e il loro modello di civiltà.Ancora in prima linea contro i dogmi e le equazioni facili. Ma è possibile una "terza via" alternativa alla bipolarizzazione del pensiero?
Non si tratta tanto di immaginare una terza via, ma di constatare che, la distinzione Sinistra/Destra, nella sua forma classica, non ha più senso. Questa distinzione nasce con la modernità e scompare con essa. Quando si analizzano tutti i grandi eventi che si sono succeduti dopo li crollo del sistema sovietico (riunificazione tedesca, trattato di Maastricht, guerra del Golfo, interventi in Kosovo, rinascita del regionalismo; globalizzazione fino ai recenti attentati di New York e Washington), si comprende l'impossibilità di identificare una posizione di destra e una posizione di sinistra che li riguardi. I confini che dividono oggi l'opinione pubblica sono trasversali all'antica destra e all'antica sinistra rivelando nuove contrapposizioni: regionalisti contro giaccobini, comunitaristi contro liberali, ecologisti contro produttivisti, avversari dell'America atlantismi ..Ma Ia politica, come Iuogo metaforico del conflitto, non dovrebbe riempire gli spazi vuoti?
Oggi, non più. E' in atto uno straordinario riposizionamento dei programmi politici dei partiti di governo. Da una parte lo Stato-nazione e diviene di giorno più obsoleto, dall'altra i governi di sinistra o di destra si contendono le stesse convizioni e praticano politiche sempre più simili, in questo modo il margine, di manovra si re-stringe e la loro Importanza, si manifesta ogni giorno di più. Questa situazione genera ovviamente una crisi di rappresentatività che porta, la maggior parte dei cittadini a intervenire nella vita politica secondo altre modalità, a partire dal basso, attraverso le comunità e la rete delle associazioni, disinteressandosi completamente del gioco istituzionale e politico.
Oggi i confini
che dividono
l'opinione pubblica
sono trasversali
all'antica destra
e all'antica sinistraAnche questo è un frutto amaro della globalizzazione? Dal G8 in poi se ne fa un gran, parlare, anche a sproposito. Secondo lei è una dimensione ineludibile o piuttosto una realtà complessa da governare attraverso la riproduzione del modello identitario?
La globalizzazione non è una dimensione ineludibile in senso assoluto (la storia è sempre aperta), ma è chiaro che costituisce da molto tempo il nostro quadro di riferimento. Da questo punto di vista essere pro o contro la globalizzazione non ha senso: la globalizzazione non è più un'ipotesi, è già qui. Detto questo, mi sembra perfettamente legittimo contestare le forme che sta as-sumendo: la globalizzazione non è altro, che l'unificazione progressiva del Mondo, sotto la spinta della superpotenza americana. Questa unificazione si compie all'insegna dei valori mercantili, dell'ipertrofia, del sistema di produzione è consumo, dell'estensione indefinita dei mercati ecoonomici e finanziari con tutte le conseguenze ben note che questo comporta: distruzione dell'ambiente, sradicamento delle culture singolari e dei modi di vita differenziati. In altri termini, oggi il pianeta si unifica nel mercato.
Esiste un'alternativa, praticabile aI supermercato globale?
Credo che attualmente non esista priorità più urgente che lottare, con tutti i mezzi, contro l'estensione mondiale della società del mercato. La presa di coscienza delle identità singolari può essere un rimedio; ma bisogna fare in modo che non degeneri, per reazione, in forme di espressione patologiche. L'omologazione che risulta, dalla, globalizzazione liberale e mercantile suscita, qua e là, "contrazioni" identitarie e recrudescenze di nazionalismo confuso che non hanno nulla a che fare con le manifestazioni normali dell'identità dei popoli. Un processo dialettico che è stato descritto molto bene da Benjamin Barber con l'espressione "Djihad vs. McWorld" ("guerra santa" contro "il mondo dei Mc Donald's", ndr). Nell'immediato è necessaria una riflessione profonda sulla nozione di identità. Si tratta di comprendere che l'identità non e un'essenza, immobile, una costante invariabile, ma una creazione continua, riflessiva, che implica sempre la relazione con l'altro. E' l'unica possibilità di arginare la globalizzazione e il mundialismo economico.
E' necessaria
una riflessione
sulla nozione
di identità
che implica sempre
la relazione con l'altro
Secolo d'Italia 28/09/2001