
Tratto da "Libero" 8 Giugno 2005
Se non facessi politica da tempo probabilmente subirei lo stesso sbandamento che da qualche tempo a questa parte sta subendo il cittadino comune. Abbiamo attraversato un decennio nel quale abbiamo visto crollare le ideologie, affievolirsi le certezze, precipitare i miti, cadere i muri, abbattere le torri aumentare il divario tra ricchi e poveri, allargarsi, l’Europa, subire l’Euro, inclinarsi i dogmi del Cristianesimo.
Di tutto di più. Difficile da metabolizzare per chi ha il pelo sullo stomaco, figuriamoci per i semplici! Per venire all’Italia un decennio travagliato per il desiderio diffuso di cambiamento, le delusioni, il maggioritario, il bipolarismo incompiuto, la suggestione neocentrista, mai sopita e il riaffiorare di forme di estremismo tanto più pericoloso quanto più permeato di sogno e di utopia. Nessuna traccia di un “Paese normale”?
O forse un paese troppo "normale" perché fatto di gente troppo simile nelle aspirazioni, troppo priva di identità. Già l’identità. Quella che si deve perdere per apparire qualcosa di diverso da sé, di simile agli altri, in una omologazione totale nella quale polo cattolico e polo laico potrebbero essere non un insieme di convincimenti affini ma una solitaria scelta di convenienza. Ed è così che chi ha sempre creduto negli ideali per cui ha vissuto, cui si è ispirato, si ritrova quasi orfano, privo di appartenenza, senza compagni di viaggio.
In questa Italia chi crede negli ideali è un orfano
Già l’identità. Il futuro della gente. Come è strano questo mondo. Nella globalizzazione, che ci attrae e a un tempo ci impaurisce, noi politici, noi amministratori di provincia ci battiamo per il confronto necessario col mondo, le relazioni di cooperazione internazionale e il recupero della nostra identità culturale, storica, persino enogastronomica, perché vogliamo essere cittadini del mondo ma padroni e fieri della nostra diversità. Recuperiamo arti, antichi mestieri, restauriamo centri storici, indaghiamo sulla storia locale, ci identifichiamo nel genius loci, ci riscopriamo.
Solo la politica non fa un passo. Anzi sempre più lontana dalla peraltro che quei pochi non sono il risultato di una rigorosa quanto partecipata selezione all’interno di un partito, non l’espressione di una “comunità” politica, ma soggetti autoreferenziali privi, qualche volta, persino di un retroterra elettorale. Ed ecco allora riaffiorare prepotente la voglia di identità. Futuro di un popolo. Futuro di una parte politica. E il pensiero corre alla mia Destra. Quella per la quale valeva la pena combattere nelle Università, sui luoghi di lavoro. Quella destra “retrò” che aveva semplicemente indirizzo in “Dio – Patria – Famiglia” i valori fondanti di riferimento e che dunque non aveva dubbi sui comportamenti politici consequenziali. Quella Destra che parlava il linguaggio della dignità del lavoro, della non conflittualità, della partecipazione dei lavoratori, anticipando di fatto l’economia sociale ed il commercio etico. Quella Destra che parlava il linguaggio moderno del Presidenzialismo, dell’elezione diretta degli amministratori, dei presidenti regionali, che guardava al Mezzogiorno come “questione nazionale” da risolvere senza clamorosi assistenzialismi ma facendo leva sulle capacità, l’intelligenza, la creatività e quelle doti innate in noi meridionali costretti a “spenderle” lontani dal Sud e qualche volta dall’Italia. Quella Destra che non avrebbe avuto dubbi ad ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa e non avrebbe esitato a disertare le urne di fronte ad un referendum che mette in discussione quel diritto alla “vita” per il quale tanto convintamente ci siamo spesi negli anni di militanza politica e di attività parlamentare.
Che si pensi o si giunga dunque al partito unico o alla federazione di partiti della Dl, c’è insomma, io ritengo, proprio oggi, un grande spazio di Destra cattolica, democratica, sociale, europea, partecipativa, identitaria, da riscoprire. Senza fare nulla di speciale e senza innovazioni di sorta. Semplicemente tenendo fede con coerenza, ai principi per i quali, abbiamo deciso di “sentirci Destra”.
Qualche volta non sono gli iscritti che si allontanano dai partiti. Viceversa sono i partiti che abbandonano la casa degli iscritti.
Io, come tanti, ancora penso si debba ridare una casa, una vera casa alla Destra italiana.
Da Libero dell’ 8 giugno 2005