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I protagonisti









 di Antonio
 Parlato






















Corradino di Svevia


Corradino di Svevia,
il penultimo dei ghibellini

Il libro che sto scrivendo su Corradino di Svevia dopo quello su suo nonno, "Federico II a Napoli", è ormai in via di conclusione e spero che prima della prossima primavera possa essere pubblicato. Mi sono accinto a questa "meravigliosa" ricerca innanzi tutto - come ho sempre fatto - ripercorrendo taluni dei luoghi della sua storia e della sua leggenda: i Piani Patentini, presso Tagliacozzo dove fu sconfitto. Torre Astura sul litorale laziale dove fu catturato, il castello sulla sommità di Palestrina dove fu rinchiuso in attesa di incontrarsi con Carlo d'Angiò (e dove qualche anno dopo fu prigioniero, anche lui inviso al Papato, Jacopone da Todi) e naturalmente Castel dell'Ovo, Piazza del Mercato, la Basilica del Carmine dove si consumò la sua tragedia umana e nacque il suo mito. E di mito e di leggenda mi scriveva due anni fa Franco Cardini quando gli dissi del libro che avrei voluto scrivere, invitandomi a ripercorrere appunto più il mito che la storia.
Ho scritto invece dell'uno e dell'altro, suggestionato dal messaggio che di Corradino mi rimandava il "genius loci" di dove passavo ma anche in qualche modo "vincolato" dall'indispensabile inserimento di Corradino in un contesto ed in un percorso storico vindice di Manfredi e orgoglioso della identità ghibellina mentre garrivano al vento i vessilli svevi, con le aquile che la simboleggiavano, lungo la sua discesa dalla Baviera. Perché Corradino, che giudico non l'ultimo ma il penultimo dei ghibellini pensando anche, tra gli altri discendenti svevi, a quella straordinaria eroina che fu Maria Sofia di Baviera sugli spalti di Gaeta, fu colui che intendeva ancora contestare fermamente al Papato il diritto alla duplice detenzione del pastorale e della spada, a fronte dell'emergere di una consapevolezza civile e politica della necessaria separazione dal potere temporale e laico riservato all'Impero a fronte di quello spirituale di spettanza della Chiesa.
Decapitato Corradino furono subalterni per secoli al Papato sia gli Angiò che la classe nobiliare e borghese, sino a quando Ferdinando di Borbone negò l'omaggio, in segno di sudditanza al Papa, della chinea, la giumenta bianca che ogni anno recava, con la conferma del vassallaggio, un recipiente d'oro e d'argento al Pontefice. Per poi dover ancora aspettare che Benito Mussolini conciliasse nel 1929 Stato e Chiesa sulla base della bipartizione definitiva dei poteri.
Ma è interessante qui notare ancora due effetti dello sfumare del sogno svevo: il primo, il prodursi di una frattura tra Nord e Sud, questo sempre più colonizzato dai banchieri senesi e fiorentini e dalle signorie loro conferite dal Papato quale soluzione dei debiti che aveva con essi assunto impegnando i candelabri e gli estensori d'oro delle chiese e dei conventi per finanziare prime le sue guerre contro Federico e poi quelle degli Angiò contro Manfredi e Corradino.

continua